mercoledì 28 ottobre 2015



Gesù e i peccatori

Sempre su quell'intervento di Enzo Bianchi che si scandalizzava con chi rimaneva scandalizzato della misericordia di papa Francesco.


Nell'ultimo (e anche primo) mio intervento (Giustizia o misericordia?) ho osservato che oggi l'indulgenza c'è per quei peccatori che in realtà non riteniamo peccatori. Adesso vorrei presentare l'altra faccia della medaglia, ovvero il giudizio duro e definitivo verso quelli che veramente riteniamo peccatori, perché pare che in questo secondo caso la misericordia vada lasciata a casa, con buona pace di tutti e in pieno spirito di giustizia, anzi, pardon, volevo dire: di legalità.
Siamo infatti assuefatti ad un'epoca mediatica che manifesta uno stucchevole buonismo per tante situazioni delicate ma con la stessa nonchalance ci sbatte in faccia quotidianamente i nuovi "mostri", gli intoccabili, i veri peccatori. Sono i mafiosi, i pedofili, gli scafisti. Ma anche agli evasori fiscali, i razzisti e - perché no? - gli omofobi e magari anche chi non paga il canone della RAI. E chissà quanti altri.
Domandiamoci allora che cosa si penserebbe oggi se Gesù si sporcasse le mani con questa gentaglia; che cosa penserebbero di lui e benpensanti, ma anche che cosa penserebbero di lui i cristiani "doc", quelli che "se anche tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai". Qui la misericordia dove andrebbe a finire?
E che cosa penseremmo di un Papa che "mostra aperture" nei confronti del clan dei casalesi, o che manifesta amicizia con qualche politico corrotto? Che cosa penseremmo se il vescovo radunasse tutti i pedofili della Diocesi e mangiasse a tavola con loro?
E già. Noi, piccoli benpensanti, ci scandalizzeremmo.
Ma dobbiamo anche riconoscere che il torto non starebbe tutto dalla nostra parte e che un po' di ragione ce l'avremmo anche noi, perché il confine tra misericordia e connivenza non è così marcato, tra il chinarsi con affetto e senza giudizio sul peccatore e l'approvare il suo comportamento peccaminoso; in due parole: tra l'amare il peccatore e amare il suo peccato.
Gesù Cristo questi problemi non li aveva. Santo, giusto, luce che splende nelle tenebre. Ogni volta che aveva a che fare con i peccatori, a tutti (tranne che ai benpensanti) era evidente da che parte stesse la luce e quanto questa luce illuminasse il peccato. Gesù non aveva problemi a farsi lavare i piedi dalle lacrime di una peccatrice, a farseli asciugare dai suoi capelli, a farsi ungere il capo da una donna (probabilmente) di facili costumi.
Ma io, io povero prete, questi problemi li ho. E riconosco con umiltà che la mia presenza in certi ambienti o in certi contesti può significare non una mano tesa e misericordiosa, ma il bollino ecclesiastico su ciò che non va approvato.
Ricordate la questione tra San (!) Giovanni Paolo II e Pinochet? Quella stretta di mano così criticata? Se anche fosse stata voluta - perché pare che si trattasse di un ignobile trabocchetto - non era forse quella la misericordia del buon pastore che si piegava su una dittatura di destra? E come mai quegli stessi che plaudono oggi alle aperture di papa Francesco si erano scandalizzati di fronte alle aperture di papa Giovanni Paolo?
Pare così che ci sia una misericordia di serie A, quella verso i finti peccatori emarginati, e una misericordia di serie B, quella verso i peccatori, i peccatori quelli veri.
Forse dovremmo piantarla con questa ipocrisia, con questo atteggiamento pio e misericordioso verso certuni che diventa un accanimento feroce e vendicativo verso certi altri. E smetterla di etichettare ogni nostra tolleranza con il bollino della misericordia. Ha ragione Enzo Bianchi: la misericordia, quella vera, scandalizza. E siccome al Sinodo, in fondo, non si è scandalizzato proprio nessuno, forse non stiamo parlando di misericordia ma di qualcos'altro.
Siamo tutti peccatori, questo è fuori discussione, e ci consola richiamare il Vangelo di Marco che ci ricorda come Gesù non sia venuto a "chiamare i giusti ma i peccatori". Forse bisognerebbe ricordarsi anche la versione lucana, che aggiunge la non irrilevante precisazione: "perché si convertano". Senza distinguere tra cammelli e moscerini.

Giustizia o misericordia?

A proposito del Sinodo, a proposito della misericordia, a proposito dei divorziati risposati.


In un recente intervento di Enzo Bianchi si nota che "ciò che scandalizza è la misericordia". Ha scandalizzato i benpensanti quando Gesù pranzava con i peccatori, scandalizza i benpensanti di oggi - questo è il teorema del priore di Bose - quando papa Francesco propone con forza le sue aperture nei confronti dei divorziati risposati.
Concedo l'affermazione generale: la misericordia scandalizza. Concedo anche che la misericordia abbia scandalizzato molti benpensanti ai tempi di Gesù. Ma sono assai perplesso quando si applica il principio a papa Francesco e ai divorziati risposati.
Il mio dubbio, la mia resistenza di fondo è: davvero oggi pensiamo che risposarsi sia un peccato? Che convivere con una donna che non è la tua (prima? vera?) moglie sia una situazione di peccato? Ma davvero pensiamo che quel "sì" che si dice davanti a Dio sia in grado di vincolarci per sempre? Perché l'impressione che si ha è che quando si parla di misericordia, in realtà si stia semplicemente parlando di giustizia: non etichettare come peccatore chi peccatore non è, permettere all'amore di Dio di scendere su chi è ritenuto peccatore dai borghesotti, ma in realtà è soltanto un brav'uomo o, alla peggio, un pover'uomo che senza alcuna colpa e in perfetta limpidezza davanti al Signore si trova in una situazione sconveniente.
Pensiamo ai vescovi tedeschi. Pensiamo ai tormentoni che i vescovi tedeschi ci propinano da più di cinquant'anni per sostenere la liceità delle "seconde nozze": ma se in coscienza - viene detto - un fedele dovesse ritenere che il primo matrimonio sia nullo e fosse nell'impossibilità di dimostrarlo, perché dovremmo impedirgli le seconde nozze? (vedi ad esempio qui). Giusto, perché? Ma, mi domando: in questo caso è in ballo la misericordia o la giustizia?
La nullità matrimoniale può imputarsi a tanti fattori. Prendiamo il caso peggiore, un caso esemplare, ad esempio l'inganno, come quando una sposa si trova vincolata ad un uomo che non ha mai voluto esserle fedele e che nel fatidico giorno delle nozze l'ha ingannata davanti a Dio, al prete e ai testimoni promettendo falsamente una fedeltà che non voleva assumere. In questo caso il matrimonio è evidentemente nullo. Ma permettere a questa donna di risposarsi è giustizia o misericordia?
Con la Comunione ai divorziati risposati, si gioca sulle parole e si gioca sporco, per nascondere che in ballo c'è dell'altro e cioè che oggi pochi ritengono che "cambiare" moglie sia peccato. Potrei aggiungere: quanti ritengono che siano peccato i rapporti prematrimoniali? O la convivenza? O altre forme di unione libere, ibride e quant'altro? Questa è la vera domanda.
Dunque, tornando al sinodo, nella situazione dei divorziati risposati va tutto bene o c'è qualcosa che non va? Perché nella prima ipotesi non voglio nemmeno sentir parlare di "cammini di riconciliazione": va tutto bene e non c'è niente da riconciliare! Nella seconda ipotesi la riconciliazione richiede una conversione che si manifesti nelle opere.
Forse bisognerebbe ricominciare da capo, dalle domande fondamentali, dal progetto di Dio sull'uomo e sulla donna. Non so se oggi si creda tanto all'"amore per sempre". Ma so per certo che Gesù ci credeva.